Capitolo 43: Mulholland Drive

Me lo ricordo bene quando uscì Mulholland Drive. Ero di fronte all’ateneo e un attacchino stava posizionando il manifesto sulla plancia di fronte alla fermata del bus. Ero con un amico, anche a lui piaceva molto David Lynch. Solo che, quando era piccolo, i genitori non gli avevano permesso di vedere Twin Peaks. Mi ricordo che non avevo grandi aspettative per questo film, chissà perché. Mi ricordo che mi piacque molto e che mi spaventò a morte. Mi ricordo che mi piacque da subito la scena nel diner con Patrick Fischler. Mi ricordo che c’era una scena divertente con Billy Ray Cyrus e ho riso parecchio. Mi ricordo che ho pensato quant’è bella Naomi Watts, non l’altra tizia, anche se oggettivamente mi sa che mi sbaglio. Mi ricordo che mi ha fatto uno strano effetto la scena di Justin Theroux e del cowboy.

Certe volte penso che la realtà sia un po’ come un film di Lynch. Esattamente come un film di Lynch.

Mulholland Drive è un film che parla d’amore e di possesso. Di quanto possediamo l’amore e da esso siamo posseduti. Condito da quell’ironia che per Lynch è davvero un marchio di fabbrica, così come una certa atmosfera lugubre che inquieta.

Lo sapete perché inquietano tanto i film di Lynch? Perché ci costringono a guardarci dentro. Badate: molte pellicole spingono all’immedesimazione – attraverso tecniche narrative che le opere fictional sfruttano da “Il giovane Holden” in poi. Quelle di Lynch no, ma ciononostante costituiscono un invito all’introspezione.

Tra l’altro qui il centro della storia è un tema abbastanza percorso dal regista di Missoula: il sogno. Il sogno è la chiave per comprendere la trama, tanto che esistono una serie di post di blog che cercano di spiegare razionalmente questo film e “Strade perdute”. Però dire che parla di sogno è un po’ riduttivo.

La verità è che Mulholland Drive parla di perdono. Il perdono non è – molte, moltissime volte, quasi tutte – una cosa che dipende dagli altri. Il perdono dipende da noi stessi. Quando non riusciamo a perdonare gli altri è spesso perché ravvisiamo delle colpe in noi e non riusciamo a farcene una ragione. Tutto quello che accade è in noi e accade perché esce fuori da noi. È in questo modo che un amore diventa dolore, separazione, perdita, soprattutto perdita di sé.

Il perdono è una cosa in cui non sono molto brava. Se tornassi indietro mi piacerebbe tornare a parlare con quell’amico cui piaceva David Lynch. Anche se forse no, è meglio così. Io e lui non parliamo per una ragione: perché io non mi so perdonare di esserci andata a letto una volta. E paradossalmente do la colpa a lui. Non so se mai potrei ricostruire un’amicizia che tanto mi ha dato conforto nel tempo. Neppure ora che è tutto alle spalle, lontano. Ho cessato di vederlo come un fratello, come un amico, sebbene non lo abbia neppure visto come un altro. Da quel momento è diventato solo uno con cui sono andata a letto.

Ed è come in Mulholland Drive. Se ci pensi troppo, impazzisci. Se ci pensi al perdono, dai di matto e non va a finire bene. Non è davvero facile perdonare se stessi, perché allora dovremmo tornare sui nostri passi e invece il passato è fatto solo per i ricordi belli.

Pill #35: Buffy l’Ammazzavampiri

«She saved the world, a lot.»

Dato che oggi è la Giornata Internazionale della Donna, parliamo della serie televisiva che per eccellenza ha celebrato la femminilità. Non parlo di Sex & the City, non parlo di The L World, non parlo di Orange Is the New Black – anche se, in un certo senso, quest’ultima rientrerebbe eccome nel genere – ma parlo di Buffy l’Ammazzavampiri.

Nata come reazione a un flop conclamato cui neppure il fascino di Luke Perry seppe far fronte, Buffy l’Ammazzavampiri si è evoluta nel corso delle stagioni – forse anche perché ogni anno veniva rinnovata di volta in volta, con l’eccezione delle ultime due stagioni. Iconica e appassionante, non solo per i nerd, questa serie ha rappresentato una svolta per l’immagine femminile. Non solo perché le streghe finiscono per incarnare l’intera umanità, nel bene e nel male, anche se gran parte di loro presentano una sorta di timore reverenziale verso la natura, verso quel principio di azione e reazione che, come nel buddhismo di Nichiren Daishonin, riequilibra il creato.

Il personaggio femminile più interessante è senza dubbio quello della Cacciatrice. Non Buffy – anche se è lei, grazie ai poteri di Willow, che riesce a cambiare le cose, a vincere il fatal flaw – in senso stretto, ma tutte le Cacciatrici. Buffy, Kendra, Faith e poi le potenziali, che riescono a ricevere il potere della falce. È dalla donna che nasce l’universo, è la donna che salva il mondo.

In questi giorni, in cui ricorrono i 20 anni dalla prima messa in onda negli USA, in tanti parlano di un ritorno di Buffy. Che in parte c’è stato, a mezzo fumetto. È un po’ difficile da immaginare quali sfide potrebbe affrontare oggi Buffy, dato che sappiamo abbia vinto quella più grande, dare il potere a tutte le donne del mondo. Però varrebbe la pena restituire Buffy a tutte le ragazzine del mondo, per mostrar loro la strada: il giusto, lo sbagliato, l’amore, l’odio, l’amicizia e tutto ciò che c’è nel mezzo.

Pill #34: The Crown

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Qualche giorno fa ho finalmente finito di vedere la prima stagione di The Crown. All’inizio ci ho scherzato su – c’era tutta una polemica su possibili spoiler – ma la questione, oggi, a ben guardare credo che non vada sottovalutata. Sì, ok, sappiamo che Elizabeth diverrà regina, che avrà quattro figli eccetera. Ma sono le piccole cose che ci sfuggono, i dettagli tra invenzioni, voci di corridoio e realtà, su questa grande, grandissima serie televisiva.

Per i profani The Crown è un biopic romanzato su Elizabeth II. Dico romanzato perché alcune vicende sono tratte anche da voci e cronache dell’epoca – dico dell’epoca perché finora la prima stagione arriva alla prima metà degli anni ’50.

Mi sono sempre domandata che tipo di pubblico vedrebbe una serie così. Probabilmente la vedrebbe mia madre, perché quelli erano gli anni della sua giovinezza. Poi la guarda gente come me, del tipo appassionati di binge watching e appassionati della Casa Reale Britannica (e già questo costituisce una bella fetta di pubblico). Poi ovviamente ci sono gli appassionati dei biopic, che negli ultimi anni, anche grazie a Hollywood, stanno crescendo sempre più.

Io che quegli anni non li ho vissuti, mi sono fatta un’idea completamente diversa della regina – tanto che a un certo punto ho chiesto a mia mamma quante di quelle cose fossero vere, dato il carattere romanzato dell’opera. Il risultato? Che amo ancor di più Elizabeth. Negli anni ’90 in particolare, le cronache hanno spesso dipinto in maniera negativa Sua Maestà Britannica – anche per via del ruolo rivestito da Lady Diana nell’opinione pubblica. Ma c’è dell’altro: mantenere una Casa Reale del genere è qualcosa di dispendioso per i contribuenti britannici e molto spesso la stampa si è scatenata a darle contro.

Se anche solo un decimo di quello che racconta The Crown è vero, io ho scoperto in Elizabeth una donna estremamente forte, capace di scegliere con un grande spirito di giustizia e di giustezza nei confronti dell’istituzione che rappresenta, la Corona. È come se Elizabeth – che probabilmente passerà alla storia come una delle sovrane più grandi di sempre – si annullasse pur mantenendo il suo carattere. Un carattere incredibile, capace di equilibrio e temperanza, una donna, una persona da imitare.

Per il momento, nella storia, Elizabeth è praticamente sola, a parte l’aiuto sporadico di tre uomini particolarmente illuminati. Il primo è il padre – interpretato da un grandissimo Jared Harris – che però ovviamente muore, altrimenti lei non potrebbe salire al trono. Poi c’è il vecchio re, lo zio di Elizabeth Edward VIII, che abdica per l’amore di Wallis Simpson, ma che in realtà resta innamorato della corona. E infine c’è Winston Churchill – con un magistrale John Lithgow completamente calato nel ruolo. Naturalmente, queste persone, a parte il padre, non parteggiano completamente per Elizabeth, ma di tanto in tanto le sono di insegnamento, tracciano una linea.

Elizabeth è sola a reggere il peso (reale peraltro, non solo metaforico) della Corona. E io credo che, nonostante la solitudine che, per il suo ruolo possa aver provato in questi anni, è riuscita a essere una sovrana che si è adoperata per il bene dello stato. Altro che «God save the Queen/she ain’t no human being».

Nel telefilm, Elizabeth è interpretata da Claire Foy, molto bella oltre che brava. Anche la vera Elizabeth era molto bella, a giudicare dalle foto dell’epoca. Io credo che sia stata una regina a suo modo rivoluzionaria per tante ragioni. Per cui ogni volta che d’ora in poi leggerò qualcosa di negativo sul suo conto, non potrò non pensare al suo fardello.

Capitolo 42: Velvet Goldmine

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«Sulle scale l’altra sera
ho visto un uomo che non c’era
ma non c’era neanche oggi
che scompaia dai miei alloggi»
(Filastrocca recitata da un bambino nel film, ma traduzione letterale di una strofa di “The Man Who Sold the World”).

Concludo il mese dedicato a David Bowie con un film che fa un non troppo velato riferimento a lui. Questo non significa che non parlerò più di questo magnifico cantante e attore – per esempio non ho trattato Labirynth, che pure amo, in questo elenco – ma solo che sospenderò la trattazione sistematica. Il film di oggi è Velvet Goldmine di Todd Haynes, una pellicola che contiene dei risvolti adolescenziali, ma che proprio per questo un sacco di gente come me ama alla follia: viene risvegliato il giovinetto che è in noi.

Velvet Goldmine – il titolo è esso stesso una canzone di Bowie – racconta di un giornalista, Christian Bale, cui, a 10 anni di distanza, viene chiesto di indagare su un divo del glam rock ritirato apparentemente a vita privata, Brian Slade, interpretato da Jonathan Rhys Meyers. Per Bale è un modo per ritornare a un periodo confuso della sua vita, un periodo in cui il mondo lo rifiutava nell’apice della scoperta della propria sessualità. Cacciato di casa dal padre, additato dagli amici per la sua passione per Slade, al giornalista non resta che lasciarsi andare nel vortice del glam rock e poter vivere finalmente in un mondo che lo accetta in toto, perché capace di apprezzare le eccezioni e non i tipi.

Detto questo, c’è da aggiungere che il personaggio di Slade è appunto modellato su Bowie – si fanno anche dei riferimenti al fatto che il suo sia un nome d’arte – e la storia contiene anche delle vicende che, in maniera leggendaria oppure no, legano Bowie a Iggy Pop e anche a Mick Jagger – nel film Curt Wild, a metà strada tra i due frontmen, interpretato da Ewan McGregor. A parte una colonna sonora più che mitica mitologica, il film contiene moltissime citazioni tratte da opere di artisti gay, come Oscar Wilde e W.H. Auden.

La parte più affascinante di Velvet Goldmine è la dimensione onirica su cui sembra essere sospeso. «Il sogno è fondamentale per la figura della rockstar» viene detto nella pellicola e la figura di Bowie, più di chiunque altro, si avvalse del sogno per giungere direttamente al cuore dei fan. Perfino il modo in cui è in un certo senso sparito dalla circolazione, rilasciando un grandioso album negli anni ’90, che sembrava essere l’ultimo, per poi tornare negli ultimi giorni di vita con Blackstar, un omaggio che ci ha fatto letteralmente sognare.

Ho visto Velvet Goldmine in un periodo della mia vita in cui avevo appena archiviato l’esplorazione della sessualità. Quelle che durante l’adolescenza erano state delle fantasie del momento, erano diventate all’improvviso certezze che finivano nel dimenticatoio delle contingenze. Ancora oggi che ho deciso di abbracciare la monogamia e un’esistenza borghese esattamente come il personaggio di Bale, comprendo come in fondo l’adolescenza sia un periodo della vita chiave per vedere questo film. Ci si rivede, ci si ritrova, con la propria confusione, con quello spirito di scoperta, con l’incomprensione dei coetanei che non hanno dubbi ma certezze sul sesso. E che «un congiuntivo in più, un interrogativo di troppo ed eri definitivamente bollato come finocchio», per dirla con Ovosodo. Ancora oggi lo rivedo Velvet Goldmine ma con occhi diversi. Adoro il personaggio di Bale per ovvie ragioni e poi perché, su, stiamo parlando di Bale.

Ma il tempo trascorso dalla prima visione non è sufficiente da ricordare appena come mi faceva sentire: in compagnia. Poi, dopo, capisci che il senso delle cose non è «mal comune mezzo gaudio», soprattutto quando si parla di omofobia. Però è confortante sapere che ci sono tante persone come te là fuori, e che non hanno bisogno di nascondersi. Anche se alla fine stiamo pur sempre parlando di un film.

Capitolo 41: The Prestige

(Pictured) David Bowie

Uno dei personaggi più interessanti dell’intera carriera cinematografica di David Bowie è, per me, Nikola Tesla in The Prestige di Christopher Nolan. Si tratta della pellicola migliore di Nolan secondo me: perfino il personaggio di Tesla viene spogliato da ogni retorica e rivestito di fascino, piazzato in una storia misteriosa sul tema del doppio, del bene e del male, di ciò che vediamo e del “prestigio”, l’illusione che non è solo un trucco da maghi, ma è nell’animo umano.

Nello stesso periodo in cui vidi The Prestige, vidi anche The Illusionist, con una tematica affine alla base. Il primo pensiero è stato: quanto le nostre vite hanno bisogno di illusione? Ci sono persone per cui l’illusione è una vera necessità, come coloro che sono affette da una malattia grave o hanno una persona cara malata. Poi ci sono persone per cui l’illusione è strumentale, e anche lì si tratta pur sempre di una necessità dettata dal fatto che ci si vuole creare una corazza, un personaggio da cui non uscire se non occasionalmente. Poi ci sono ancora persone che rincorrono l’illusione, che hanno bisogno di credere che tutto andrà meglio: studi, lavoro, amore, salute. Come in un oroscopo, inguaribili ottimisti degli astri. Infine ci sono persone che vivono nell’illusione che gli altri siano felici, che credono che quello che viene mostrato sia appunto reale, e non che piuttosto esista un pudore relativo al dolore e alla mancanza.

The Prestige è quindi una pellicola che parla di noi, di quella necessità di illusione ma anche del dualismo dell’essere umano – incarnato da Christian Bale, sempre in bilico tra salvezza e dannazione. L’illusione del prestigio coinvolge subito lo spettatore, invitato a disvelarla come uno spettatore a uno spettacolo magico. Ma sul palco non c’è il mr Splendini che tanto fa ridere in Scoop di Woody Allen. Ci sono due avversari. Uno con un talento naturale e l’altro mosso dall’ambizione, dal guardare quel prato del vicino sempre più verde – l’ennesima illusione.

È la stessa natura umana che viene disvelata. E lo spettatore può squarciare il velo di Maya che per troppo tempo ha tenuto sui propri veri sentimenti. Perché se il personaggio di Christian Bale diventa il ricettacolo dell’invidia – celata sotto una finta difesa della professione e la vendetta per la morte dell’amata – del personaggio di Hugh Jackman, è vero pure che le passioni si rincorrono feroci in questa pellicola. E non è solo l’invidia quindi a farla da padrone.

Il film punta anche il dito sull’emarginazione, sul modo in cui ognuno di noi è costretto, benché pentito, a pagare con il sangue uno sbaglio. Di fatto, è come se si stia assistendo a una vera e propria piramide di prestigiatori: chi sta al vertice e chi alla base però non corrispondono né all’effettiva bravura né al riscontro e al gradimento del pubblico.

The Prestige diventa così un atto d’accusa alla società, al modo in cui affrontiamo le apparenze e a quanto, anche con le persone, crediamo nell’illusione, crediamo quindi in un aspetto, in una faccia, in ciò in cui desideriamo credere. E la presenza del personaggio di Tesla, elevato dalla storia a colui che avrebbe studiato le scienze per essere d’aiuto a poveri e deboli, non fa che rafforzare la tesi.

Tesla interpretato da Bowie viene ritratto come un eremita avvolto nella sua stessa elettricità. Il modo in cui dai social si guarda a Tesla non è poi così differente oggi. Sappiamo molto poco, in generale, di questa figura, e tutto ciò che sappiamo ha un fondo di populismo insopportabile. Come spesso accade sui social. Bowie ha aggiunto quel tocco di esotismo, quella diversità negli occhi, quell’imperturbabilità tanto britannica. È una delle ragioni per cui, cinematograficamente parlando, non si può smettere di amarlo.

Capitolo 40: Fuoco Cammina con Me

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Lo so che parlare di questo film suona quasi come «sto infilando un film a caso in cui David Bowie fa la comparsa». Non è così, dato che, come ho spiegato nel capitolo dedicato ai “Missing Pieces”, in “Fuoco cammina con me” il ruolo di Bowie alias Philip Jeffries è tutt’altro che marginale.

Devo raccontare una cosa importante di questo film. Ne ho viste nel tempo diverse versioni. Esiste in Italia una versione televisiva, la prima che ho visto nottetempo su Rete4 moltissimi anni fa e che è spoglia di una serie di scene, a mio avviso anche importanti, come il ritrovamento, sotto l’unghia di Theresa Banks della lettera ritagliata da Flesh World, «la firma sotto l’autoritratto del demonio», come la chiama Dale Cooper nel telefilm. Poi c’è una versione italiana in cui mancano ancora delle scene come questa. È una versione integrata con scene in inglese che poi ho ritrovato sul DVD.

All’epoca dell’uscita non tutti amarono questo film. Dopo che ho visto i “Missing Pieces” ho anche capito il perché: la pellicola è stata spogliata di tutto lo stupore e di tutta l’ironia che sono propri di David Lynch. Ne resta un film cupo, forse il più cupo del regista di Missoula. Sarà pure che veniva pubblicizzato come «l’ultima settimana di vita di Laura Palmer». Non lo dico per dire, eh, ma non sembra una cosa che vedrei normalmente se non l’avesse fatta Lynch.

In realtà, il film consta di due parti. La prima vede come protagonista l’FBI, che indaga sull’omicidio di Theresa Banks a Deer Meadow. Mattatore è l’agente Chester Desmond, alias Chris Isaak – tra lui e Kyle McLachlan e Kiefer Sutherland viene da chiedersi perché lì ci lavorino un sacco di bei ragazzi, e l’interrogativo sale all’ennesima potenza quando compare Bowie sullo schermo. Nella prima parte ci sono delle scene abbastanza agghiaccianti. Lo sono per via della lentezza narrativa, una lentezza che Lynch attribuisce solo a questa prima parte del film per dargli enfasi. Curiosamente la seconda parte è più veloce, ma ha meno ritmo, più colpi di scena: il risultato di questa discrepanza non è però sgradevole, ma piuttosto punta sul dualismo tra Twin Peaks e Deer Meadow. Come nella Loggia Nera i contrari nell’essere umano si sdoppiano – tanto che il Dale Cooper buono ne resta imprigionato – Deer Meadow è l’io ombra di Twin Peaks. Che nonostante sia una città oscura e con tanti segreti, ospita una resistenza niente male, a partire dai Bookhouse Boys.

Un discorso a parte va fatto per il personaggio di Harry Dean Stanton, l’uomo che secondo la critica non ha mai sbagliato un film. Lo spettatore è diviso: l’empatia verso di lui è solenne, sicura, ma a un certo punto penetra il dubbio. Che cosa starà nascondendo? Da cosa si starà difendendo? C’è una sottile atmosfera, come una cappa su Deer Meadow, quasi la stessa cappa che cala sugli occhi di chi entra a Derry in “It” di Stephen King.

Ponte tra le due parti è appunto il cammeo con Bowie. Il Duca Bianco compare come un’entità non ben specificata. Lo attendono a Philadelphia, negli uffici dell’FBI, le Liberty Bell sono in primo piano durante lo stacco. Dale Cooper ha un’esperienza di ubiquità, forse presagio dello sdoppiamento che vivrà in futuro, Jeffries fa il suo ingresso nell’edificio anche se non ci sono attestazioni di questo a parte le riprese della videocamera del corridoio. Urla a Gordon Cole, a Cooper e ad Albert Rosenfield. Le sue parole appaiono assurde, ma non del tutto a un pubblico che ha già visto il telefilm. Jeffries introduce il racconto di una riunione alla Loggia Nera: la scena è misteriosa ma aggiunge nuovi tasselli al ricco puzzle delineato dalla serie televisiva. E alla fine Jeffries scompare – ma solo con i “Missing Pieces” si comprenderà dov’è finito.

Twin Peaks rappresenta molto per me. Non è solo una questione affettiva, ma è lì che è nato il mio confronto con le paure dell’essere adulta. Perché Twin Peaks non parla solo della morte e dei fantasmi del passato, ma soprattutto dei vivi, del presente. Anche se, per Donna, Laura aleggia sulle loro vite continuando a far danni, in realtà è solo il male che l’ha portata via con sé a restare sospeso sulla città.

Certe volte lo immaginavo Bob, ai piedi del letto come nella stanza di Laura Palmer – e avere un letto in ottone non aiutava per niente. Mi faceva molta paura quell’immagine portata al parossismo. Mi sono sempre chiesta come possa essere che questo tipo di immagini iperboliche, in altri casi, suscitino la risata. Con il Bob interpretato da Frank Silva questo non succedeva affatto. Chi riuscirà a essere così bravo il prossimo maggio quando verrà messa in onda la terza stagione?

Capitolo 39: L’Ultima tentazione di Cristo

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Quando questo film uscì, suscitò molto scalpore. Me li ricordo ancora gli articoli sul giornale: la stampa si divideva tra la strenua difesa di quest’opera e un attacco che per me già allora non aveva molto senso. Sarà che io ho sempre guardato a Gesù Cristo per la sua natura umana, non per quella divina. Era appunto questo che mi affascinava. C’è tutto un excursus immaginario a un certo punto nella pellicola, quando Cristo è sulla croce e immagina che Dio lo salvi, immagina che cosa lo attenderebbe se potesse continuare a vivere.

Cristo è interpretato da uno straordinario Willem Defoe, che riesce a dipingere perfettamente una figura enigmatica a metà strada tra storia e religione. Cristo non è semplicemente un leader carismatico in questo film, ma è al tempo stesso un amico e un compagno, un figlio e un filosofo, un falegname e un combattente. Sono tantissimi gli aspetti della personalità del personaggio, che non si perdono nella suggestione delle scene che si evolvono a un ritmo lentissimo, quasi come a portare lo spettatore letteralmente all’interno dello schermo.

“L’ultima tentazione di Cristo” è probabilmente uno dei film di Martin Scorsese che preferisco proprio per la sua umanità. È la stessa cosa che accade a Robert De Niro quando abbassa il fucile di fronte al cervo ne “Il cacciatore”, o quando Harvey Keithel piange nudo su “Pledging My Love” ne “Il cattivo tenente” o quando il padre in “Teorema” si spoglia delle vesti – ho sempre pensato che in fondo Pier Paolo Pasolini fosse un regista prettamente religioso, anche e soprattutto nella rivoluzione.

Tra gli attori, il cast vanta un cast eccezionale. C’è Keithel – per una volta completamente vestito – che fa Giuda, Barbara Hershey è Maddalena, Harry Dean Stanton è Paolo. E Davis Bowie è Ponzio Pilato. Fa un po’ strano vedere un suddito di sua Maestà britannica in un film su Gesù, perché fa venire in mente i Monty Python e la battuta «beati i puri di cuore perché si berranno Dio».

Bowie porta sulla scena uno dei personaggi più emblematici delle vicende legate a Gesù, come in fondo accade pure a Keithel. Perché Pilato è lusinghiero nei suoi atteggiamenti, cerca di salvare capra e cavoli perché è un politico alla fine della giostra. Ma si scontra contro un muro bello resistente. Non un muro di gomma: le parole di Pilato non rimbalzano su Cristo, ma piuttosto lo attraversano come tanti aghi, quasi a presagire il dolore del mondo che sarà caricato di lì a poco sulle sue spalle. In tal senso, questo è un film religioso all’ennesima potenza e anzi non comprendo la posizione della Chiesa all’epoca dell’uscita.

Non è un film che vedo spesso, devo trovarmi in una condizione psicofisica ideale. Perché nonostante tutto è un film duro. E anche se qui la violenza non è cruda come ne “La Passione” di Mel Gibson, c’è tutto quello che il direttore della fotografia non mostra ma sottintende. E basta a mandare in subbuglio molti stomachi.