Pill #37: Frank Silva non morirà mai

Sì, lo so, non ditemelo. Ultimamente sono monotematica. Ma voi come reagireste avendo atteso per 27 anni un momento lungo 18 puntate?

La più grande riflessione che scaturisce dal nuovo Twin Peaks ha a che vedere le affinità e le differenze con la vecchia serie. Bellissima, eh, la vecchia serie, ma questa è qualcosa di completamente diverso. Sarebbe come paragonare una trattoria alla buona, con cibo genuino e saporito, a ostriche e champagne.

Resta un fatto però: Twin Peaks 3 è un cimitero. Letteralmente. Molte delle puntate sono dedicate a uno degli attori della serie originale scomparsi. Per il momento, le dediche sono andate a coloro che sono stati utilizzati nei loro ultimi giorni oppure in computer graphics. Io credo che una delle scene che ricorderemo di più è la prima in cui si vede Margareth E. Coulson, attrice ma in quel momento anche donna fragile alle prese con la sua malattia. È stato probabilmente il momento più commovente di sempre.

Uno dei più grandi attori di TP scomparso negli anni precedenti è Jack Nance. Ricordo che a metà degli anni ’90, Gente raccontò la storia di sua moglie che si era suicidata, additando TP come «serie maledetta». Ricordo che mi dispiacque molto, Nance era uno dei miei preferiti. Per questo attendo con ansia la puntata a lui dedicata, dopo aver visto i Missing Pieces e aver pensato mille volte, guardando Strade Perdute: «Ecco, questa è la sua ultima, grandiosa interpretazione». Probabilmente l’altro del quale attendo la dedica è David (Bowie).

Credo che David Lynch ci abbia fatto un grande dono e l’abbia fatto a queste persone, spesso i collaboratori di una vita, coloro che hanno contribuito al suo successo. E cioè riuscire a far rivivere un po’ di questi artisti una volta ancora sui nostri schermi.

L’attore per il quale il fenomeno è più evidente è Frank Silva, presente in numerose scene di repertorio e altre elaborate con una computer graphics essenziale. La puntata numero 8 è stata l’apoteosi di Frank Silva. Molti di noi sanno che è morto di Aids nel 1995, ma nient’altro. Non sappiamo se è stato comparsa in qualche film. Non sappiamo come aveva contratto la malattia. Non sappiamo che studi avesse fatto, né se ci sono altre sue scenografie in pellicole che abbiamo visto.

Sappiamo solo una cosa: Frank Silva non morirà mai.

I Peakers di tutto il mondo non hanno più archiviato la paura che ci ha fatto venire Bob nelle prime due stagioni. E, anche se ora è sostituito da un villain più sexy e molto meno tamarro (Kyle MacLachlan), sono certa che ogni scena in più sullo schermo in cui c’è Silva per tutti noi è un grande colpo al cuore. In tutti i sensi.

Capitolo 46: Twin Peaks 3

Dovrebbe essere il periodo più bello della mia vita, ma non lo è. Il ritorno di Twin Peaks sta coincidendo con il ritorno degli attacchi di panico che non avevo da un paio di anni, più o meno dalle ultime elezioni comunali. C’era stato un episodio l’anno scorso, al supermercato, ma era stato un caso isolato. Non mi piace il contatto con gli sconosciuti (ma anche con un sacco di conoscenti) e stavo perdendo la testa.

Me lo sto godendo Twin Peaks, eh. Però c’è un però. Mi fa male non poterne parlare con qualcuno. Lo so che è assurdo e forse dovrei parlarne con chiunque di questa cosa, magari anche con mia madre. Ma so che vedo delle cose che mi fanno sorridere e mi viene in mente qualcuno che ne sorriderebbe, solo che non posso dirglielo. E allora la cosa non mi fa sorridere più. Twin Peaks è una di queste cose, anche se alla fine ho beccato due bellissimi forum di fan e discuto spesso con loro.

La nuova serie – perché è una serie completamente nuova – mi sta appassionando molto. Mi sento di nuovo come se avessi 11 anni. È valsa la pena aspettarne 27. (Ok, ora non fatevi i conti).

Guardo la puntata due volte. Una volta senza audio, mentre Rocky dorme, l’altra con l’audio per poter entrare completamente nel magico mondo di David Lynch. Queste due visioni mi permettono oltretutto di ovviare alla mancanza del binge watching. Mi aiutano a restare paziente, in un periodo di riassetto della stagione televisiva.

L’atmosfera complessiva di Twin Peaks è la stessa di sempre. C’è quell’orrore mescolato a ironia che crea un senso del grottesco visto molto poco nelle serie televisive successive. Anche quelle che a Twin Peaks si sono ispirate deliberatamente. È così simile a 27 anni fa l’atmosfera che la sera ho paura a guardare fuori dalla finestra.

C’è però qualcosa di eccentrico rispetto alle solite narrazioni. L’idea del numero 3. In passato Twin Peaks ci ha mostrato che l’animo umano è dicotomico. Bene e male. Loggia Bianca e Loggia Nera. Due sono sempre i doppleganger. Due sono le R in Double R (e ora anche in Rancho Rosa). Ma cosa accadrebbe se all’equazione aggiungessimo una terza incognita, come un fantoccio che serve a un determinato scopo e quando questo scopo è assolto diventa una pallina, anche se d’oro?

Certo, le dicotomie sono presenti in Twin Peaks 3, tanto più che lo specchio può replicare solo una realtà alternativa alla realtà vera. E noi finiamo per chiederci se vogliamo pescare in acque superficiali o «in acque profonde» (proprio in questi giorni sto leggendo l’autobiografia in pillole di Lynch). Finiamo per chiedercelo mentre guardiamo sullo schermo un Kyle McLachlan che è uno e trino – e riesce a far risultare Bob sexy come non lo era mai stato (eh sì, con quel giubbotto di jeans mi è sempre sembrato un po’ tamarro).

Mi è venuta voglia di andare in analisi, fare yoga, apprendere la meditazione trascendentale. Allontanarsi dalla propria buddhità equivale a cosa? Mi sto davvero allontanando o resto invece fedele a me stessa? Ci sono momenti che non torneranno indietro. Io li copro con le lacrime, ma non torneranno indietro.

Capitolo 45: David Lynch e Dune

Pagina tratta dal libro “In acque profonde” di David Lynch.

Scommetto che siete tutti in fibrillazione come me. Sì, perché oggi viene rilasciata la prima puntata di Twin Peaks 3 in lingua originale (dal 26 maggio doppiata in italiano).

Sto finendo di rileggere “Il diario segreto di Laura Palmer” proprio in questi giorni e stavo scegliendo il prossimo libro da leggere in auto quando sono passeggera – ormai i libri per adulti li leggo solo così o sul Kobo. Ho pensato di continuare a informarmi sulla mia grande passione e così ho scelto “In acque profonde” di David Lynch. L’occhio mi è caduto su una pagina che spiegava il suo difficile rapporto con Dune.

Secondo i lynchiani più sfegatati Dune rappresenta l’unico Lynch minore.

Quando ancora non sapevo neppure chi fosse Lynch, incappai in questo film in televisione, ero molto piccola. Ricordo che restai affascinata da una serie di cose, ma soprattutto dal protagonista Kyle McLachlan alias il Kwisatz Haderach, l’essere supremo, «il dormiente che deve svegliarsi».

Naturalmente, quando diventi grande e vedi film come “Cuore selvaggio”, “Velluto blu” e soprattutto “Mulholland Drive” capisci che David Lynch ha sicuramente dato il meglio di sé in altre pellicole. Ma continui a guardare Dune perché ti piace.

Credo che Dune abbia influito molto sulla mia generazione. E lo stesso Lynch in realtà sia una presenza costante per la pop culture dei trentenni-quarantenni. Cosa lo dimostra? How I Met Your Mother.

Non mi interessa che a voi sia piaciuto o no, ma sicuramente HIMYM è un repertorio della pop culture che ci è rimasta nel cuore, un po’ come nei libri di Zerocalcare. Per cui amiamo André the Giant ne “La storia fantastica”, Dune e ovviamente Twin Peaks.

Sì, perché in HIMYM si fa riferimento anche al concetto twinpeaksiano del doppleganger e del padre che non è proprio amorevole, grazie anche alla presenza di due attori del telefilm degli anni ’90, Kyle McLachlan (Dale Cooper) e Ray Wise (Leland Palmer). Il primo è il Capitano, che sorride con la bocca ma ti vuole morto con gli occhi – un chiaro riferimento alla parte buona di Dale Cooper intrappolata nella Loggia Nera e la parte cattiva posseduta da Bob. Il secondo è il padre di Robin, incapace di un gesto d’amore verso la figlia e tanto inquietante da ricordare Leland posseduto.

Non lo so che Lynch sa di queste citazioni e inside joke, ma spero di sì. Perché la loro presenta in HIMYM è la certezza che noi amiamo Lynch. È nel nostro cuore con tutto il cuore.

Capitolo 44: 13 Reason Why

Non riesco a comprendere le ragioni delle critiche in Rete per 13 Reason Why. Ne quelle favorevoli alla censura, né quelle che rimproverano gli autori di aver stagnato troppo in un ambiente adolescenziale (storia adolescenziale, recitazione adolescenziale, ma che dovevano fare se la serie è ambientata nel mondo dei teenager?). Dirò semplicemente: mi è piaciuta molto, moltissimo. Non riuscivo a staccare gli occhi dallo schermo.

Non voglio scrivere, come hanno fatto tutti che 13 Reason Why sia un pugno allo stomaco. Sicuramente mi ha commossa. Commuove innanzi tutto per una questione identificativa. Chi tra noi non ha mai pensato al suicidio? Quando si è adolescenti, è un pensiero diffuso, quasi mai privato. Ed esiste una vasta cinematografia per provarlo. Veronica Sawyer lo dice a una delle Heather in “Schegge di follia”, proprio a testimoniare che quando si è giovani, la conseguenza più diretta di un suicidio è finire in una statistica.

La storia di 13 Reason Why è quella di Hannah Baker, che incide tredici nastri con le tredici ragioni per cui si è suicidata. Di volta in volta – come dice il personaggio di Clay, significativamente «argilla» – i nastri peggiorano. Cosa che in un certo senso è intuibile, dato che, per chi sceglie di farla finita, le cose non possono andare meglio.

Mi sono interrogata sulla questione due volte ben precise nella mia vita. La prima avevo 17 anni. Quando hai 17 anni, è tutto più complicato. Poi dimentichi e ti ricordi di quell’epoca come spensierata, ma non lo è affatto. Non avere responsabilità e problemi diretti di denaro non significa che tutto vada per il meglio nel migliore dei mondi possibili. Ho pensato molto a come farlo. Già all’epoca soffrivo di disturbi alimentari. In un certo senso, come nella serie, sono quelli che mi hanno salvata. Quando trovi una valvola di sfogo – che nel mio caso era piuttosto letterale – riesci a tenere botta. Poi però subentrano i sensi di colpa. Cattolici? Forse, ma non necessariamente. Finisci per guardare tutti coloro che sono attaccati alla vita, come per esempio i vecchi, e pensi che forse vale la pena continuare a provare per un altro po’.

Qualche anno fa, la mia migliore amica ha tentato il suicidio. Era la mia migliore amica e non era un tentativo di suicidio, come scoprii. Era il suo compleanno e dovevo stare con lei, ma non trovai un passaggio. Al telefono mi disse: «Addio per sempre» e non mi rispose più. Chiamai un’altra che pensavo amica e la costrinsi ad andare a trovarla. Mi dissero che aveva preso delle pastiglie e che la stavano portando in ospedale. Telefonai ai suoi genitori. Solo molti mesi dopo il suo ragazzo mi disse che era stata tutta una finta. È così che è finita la nostra amicizia, benché io l’avrei volentieri tenuta vicina nei momenti più belli – quelli, anzi, in cui è più complicato essere più vicini a qualcuno. Scrissi un racconto in cui pensavo a questa storia, ma anche alla storia di un ragazzo che conoscevo e che è morto di incidente stradale qualche anno fa.

È fin troppo facile salvare una vita, tanto più da un finto suicidio. Ovviamente nessuno lo merita, scatta qualcosa in te che ti spinge a non lasciar stare, se hai ricevuto gli input giusti. La cosa difficile è essere amiche dopo tutto questo, vere amiche. Un fatto del genere ti cambia. E forse ti stanchi un po’ di sopportare le bugie e le smanie di protagonismo. Perché tanto le amiche spariscono quando non hanno più bisogno di essere salvate.

Pill #36: A cena con un cretino

«You may say I’m a dreamer, but I’m not».

Non vado pazza per i remake, soprattutto per i remake americani di classici moderni – tranne che ogni volta mi innamoro di Naomi Watts in The Ring.

Così, quando sulla carta ho visto che “A cena con un cretino” era il remake del capolavoro francese “La cena dei cretini” un po’ ci sono rimasta male. In un certo senso, trovo che francesi e britannici siano davvero inarrivabili oggi in quanto a commedie. Meno blasonate di quelle d’oltreoceano, ma decisamente più di sostanza.

Però c’è sempre un però. Il mio debole per Paul Rudd è forte. E non mi dispiacciono neppure Zach Galifianakis e Steve Carell – che di fatto è il protagonista di questo film. E il risultato non è stato deludente, tanto più che si sono delle azzeccatissime invenzioni. Non si tratta di una giustapposizione, di un remake shot by shot che non tenga conto delle caratteristiche tradizionali della commedia francese. “A cena con un cretino” è davvero un film a sé.

Anche se poi, alla fine, ti viene la voglia di riconfrontarti con l’originale, che aveva un ritmo folle e ammaliante, anche nella recitazione degli attori.

Capitolo 43: Mulholland Drive

Me lo ricordo bene quando uscì Mulholland Drive. Ero di fronte all’ateneo e un attacchino stava posizionando il manifesto sulla plancia di fronte alla fermata del bus. Ero con un amico, anche a lui piaceva molto David Lynch. Solo che, quando era piccolo, i genitori non gli avevano permesso di vedere Twin Peaks. Mi ricordo che non avevo grandi aspettative per questo film, chissà perché. Mi ricordo che mi piacque molto e che mi spaventò a morte. Mi ricordo che mi piacque da subito la scena nel diner con Patrick Fischler. Mi ricordo che c’era una scena divertente con Billy Ray Cyrus e ho riso parecchio. Mi ricordo che ho pensato quant’è bella Naomi Watts, non l’altra tizia, anche se oggettivamente mi sa che mi sbaglio. Mi ricordo che mi ha fatto uno strano effetto la scena di Justin Theroux e del cowboy.

Certe volte penso che la realtà sia un po’ come un film di Lynch. Esattamente come un film di Lynch.

Mulholland Drive è un film che parla d’amore e di possesso. Di quanto possediamo l’amore e da esso siamo posseduti. Condito da quell’ironia che per Lynch è davvero un marchio di fabbrica, così come una certa atmosfera lugubre che inquieta.

Lo sapete perché inquietano tanto i film di Lynch? Perché ci costringono a guardarci dentro. Badate: molte pellicole spingono all’immedesimazione – attraverso tecniche narrative che le opere fictional sfruttano da “Il giovane Holden” in poi. Quelle di Lynch no, ma ciononostante costituiscono un invito all’introspezione.

Tra l’altro qui il centro della storia è un tema abbastanza percorso dal regista di Missoula: il sogno. Il sogno è la chiave per comprendere la trama, tanto che esistono una serie di post di blog che cercano di spiegare razionalmente questo film e “Strade perdute”. Però dire che parla di sogno è un po’ riduttivo.

La verità è che Mulholland Drive parla di perdono. Il perdono non è – molte, moltissime volte, quasi tutte – una cosa che dipende dagli altri. Il perdono dipende da noi stessi. Quando non riusciamo a perdonare gli altri è spesso perché ravvisiamo delle colpe in noi e non riusciamo a farcene una ragione. Tutto quello che accade è in noi e accade perché esce fuori da noi. È in questo modo che un amore diventa dolore, separazione, perdita, soprattutto perdita di sé.

Il perdono è una cosa in cui non sono molto brava. Se tornassi indietro mi piacerebbe tornare a parlare con quell’amico cui piaceva David Lynch. Anche se forse no, è meglio così. Io e lui non parliamo per una ragione: perché io non mi so perdonare di esserci andata a letto una volta. E paradossalmente do la colpa a lui. Non so se mai potrei ricostruire un’amicizia che tanto mi ha dato conforto nel tempo. Neppure ora che è tutto alle spalle, lontano. Ho cessato di vederlo come un fratello, come un amico, sebbene non lo abbia neppure visto come un altro. Da quel momento è diventato solo uno con cui sono andata a letto.

Ed è come in Mulholland Drive. Se ci pensi troppo, impazzisci. Se ci pensi al perdono, dai di matto e non va a finire bene. Non è davvero facile perdonare se stessi, perché allora dovremmo tornare sui nostri passi e invece il passato è fatto solo per i ricordi belli.

Pill #35: Buffy l’Ammazzavampiri

«She saved the world, a lot.»

Dato che oggi è la Giornata Internazionale della Donna, parliamo della serie televisiva che per eccellenza ha celebrato la femminilità. Non parlo di Sex & the City, non parlo di The L World, non parlo di Orange Is the New Black – anche se, in un certo senso, quest’ultima rientrerebbe eccome nel genere – ma parlo di Buffy l’Ammazzavampiri.

Nata come reazione a un flop conclamato cui neppure il fascino di Luke Perry seppe far fronte, Buffy l’Ammazzavampiri si è evoluta nel corso delle stagioni – forse anche perché ogni anno veniva rinnovata di volta in volta, con l’eccezione delle ultime due stagioni. Iconica e appassionante, non solo per i nerd, questa serie ha rappresentato una svolta per l’immagine femminile. Non solo perché le streghe finiscono per incarnare l’intera umanità, nel bene e nel male, anche se gran parte di loro presentano una sorta di timore reverenziale verso la natura, verso quel principio di azione e reazione che, come nel buddhismo di Nichiren Daishonin, riequilibra il creato.

Il personaggio femminile più interessante è senza dubbio quello della Cacciatrice. Non Buffy – anche se è lei, grazie ai poteri di Willow, che riesce a cambiare le cose, a vincere il fatal flaw – in senso stretto, ma tutte le Cacciatrici. Buffy, Kendra, Faith e poi le potenziali, che riescono a ricevere il potere della falce. È dalla donna che nasce l’universo, è la donna che salva il mondo.

In questi giorni, in cui ricorrono i 20 anni dalla prima messa in onda negli USA, in tanti parlano di un ritorno di Buffy. Che in parte c’è stato, a mezzo fumetto. È un po’ difficile da immaginare quali sfide potrebbe affrontare oggi Buffy, dato che sappiamo abbia vinto quella più grande, dare il potere a tutte le donne del mondo. Però varrebbe la pena restituire Buffy a tutte le ragazzine del mondo, per mostrar loro la strada: il giusto, lo sbagliato, l’amore, l’odio, l’amicizia e tutto ciò che c’è nel mezzo.