Pill #40: il mio 2017 cinemaniaco

Ho preso l’immagine da una mia amica su Facebook. Se è stata realizzata da qualcuno, che si palesi, sarò felice di aggiungere i credit di rito.

È davvero complesso raccontare un intero anno di cinema, musica e televisione in un solo post. Sicuramente le interviste che ho fatto per lavoro hanno giocato un grosso ruolo. Per esempio, c’è stato un giorno che sono entrata in trip per una canzone di Coez, “Faccio un casino”, che per la verità credo (e spero) di aver frainteso. Così come l’altra fissa che mi è venuta per il nuovo disco degli Apres la Classe “Circo Manicomio”.

Il grosso di quello che ho visto, si riassume in una parola: Netflix. Netflix è stato un grande dono per le persone come me, che per qualche tempo non avrò troppe possibilità di andare al cinema. Così, oltre che sulle serie come “13 Reason Why“, una delle grandi rivelazioni dell’anno, mi sono buttata su film come “Il gioco di Gerald”, cioè produzioni originali Netflix davvero interessanti. Ne “Il gioco di Gerald” c’è anche nel cast uno straordinario Carel Struycken, tanto spaventoso ma anche pieno di talento.

Altre serie che ho amato quest’anno sono “Stranger Things 2″, “The Crown“, “Black Mirror”, “Chewing Gum“, “Scream” e “Unbreakable Kimmy Schmidt”. Tra i film, sono riuscita ad andare al cinema per “Split” e “It“. Alla fine il gioco è valso la candela.

Struycken, come tutti sanno, è nel cast storico di Twin Peaks e quindi è tornato in Twin Peaks 3. Che probabilmente molti come me avranno considerato l’evento dell’anno. David Lynch e Kyle McLachlan, con il resto del cast compreso Eddie Vedder, mi hanno regalato l’estate più bella della mia vita. Se rivedessi Twin Peaks 3 ora non credo che proverei le stesse emozioni. È un po’ strano. È come quando ci si trova in un determinato momento storico e si prova l’estremo piacere di dire: «Io c’ero». Per tutta l’estate, il lunedì sera è stata la mia serata. Per il 2018 non mi auguro niente, il regalo più grande l’ho già ricevuto.

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Capitolo #49: Chewing Gum

È proprio vero quello che dicono: Netflix ti cambia la vita. In meglio. Da quando ho abbracciato anch’io questa filosofia di vita sto scoprendo molte serie interessanti. Una di queste è “Chewing Gum”, serie tv britannica con protagonista Michaela Coel, che scopro essere una dei 30 personaggi sotto i 30 anni che Forbes consiglia di tenere d’occhio. Ma questo blog, come sempre, parla di me e non di lei.

Ammetto che, per una serie di motivi, il processo di identificazione sembra improbabile, ma non è così, non del tutto. “Chewing Gum” parla di Tracey, una ragazza africana che abita in una casa popolare nella periferia inglese, con una madre fanatica religiosa e una sorella che definire strana sarebbe un eufemismo. La serie è una sit com, fa molto ridere anche per via dei personaggi collaterali: da Ronald, il fidanzato omosessuale di Tracey, a Boy Tracey, il cugino della protagonista che di lei è profondamente innamorato.

Tracey è una commessa, ha 24 anni ed è ancora vergine. È in fondo questo il tema portante della serie, anche se forse non è il suo fatal flaw. Tuttavia è impossibile da tralasciare, almeno per me. Perché io ho perso la verginità a 23 anni. Sì, per poco non arrivavo vergine alla seduta di laurea, che sarebbe stata solo pochi mesi dopo. Non avevo alle spalle una mamma fervente cattolica – anzi, la mia è pure femminista – però è accaduto e mi sono sentita spesso una sfigata per questo. Adesso, guardando indietro, penso quanto fosse sciocco.

Le altre ragazze intorno a me pensavano che non mi sarebbe mai accaduto, perché sono brutta e via dicendo. Loro raccontavano le loro storie di sesso casuale e le invidiavo. Solo anni dopo avrei scoperto che non avevano mai incontrato un uomo all’altezza del compito sessuale. Avevo finito per pensarla anch’io che non sarei mai andata a letto con nessuno e alla fine (SPOILER), proprio come Tracey, sono finita a letto con la persona sbagliata. No, non era minorenne come quello che deflora la protagonista di questa divertente serie, ma ugualmente credo che non fosse la persona giusta per quello che avrei dovuto ricordare tutta la vita. Immaginatelo: un bamboccio di 25 anni, con una serie di donne sparse per tutta la provincia (alcune le trattava anche molto male, diciamo che almeno a me non ha mai fatto del male fisico), la cui madre tagliava ancora la carne a pezzetti nel piatto. Dopo alcuni anni ho anche provato a essere un’amica e pure una buona amica. Ma non si può cavare sangue da una rapa. La sua misoginia e il suo odio verso di me me li sono trascinati fino a pochi mesi fa, fino a quando ho detto basta. È successo per caso, ma ho finito per chiedermi: davvero voglio avere dei rapporti civili con qualcuno che è tanto ambiguo?

Alla fine quella della perdita della mia verginità è diventata una barzelletta che racconto ai miei amici e anche a qualche collega al lavoro.

Forse perché, come sempre nelle mie storie, c’è un epilogo felice. Dopo quella prima volta ho incontrato un bravo ragazzo. Non uno di quelli con cui intavolare un discorso serio, però gli piacevo davvero – in barba alle mie amiche – ed eravamo amici. Penso spesso al fatto che lui non ci sia più (ne ho parlato qui). E mi sembra decisamente ingiusto. E non perché in un mondo angelinacentrico questo ragazzo mi abbia voluto bene, ma perché speriamo sempre che le nostre vite siano come una serie tv. Magari non come “Twin Peaks” ma magari come “Beautiful” o “General Hospital”. In altre parole: infinite.

Capitolo #48: It

(ATTENZIONE SPOILER)

Dopo quasi due anni sono tornata al cinema (eccettuando le volte al cinema Massimo per il Fce). Diciamo che è stata la prima volta in due anni per ragioni che esulano dal lavoro. L’ultima volta fu per “Hunger Games – Il canto della rivolta, parte II”, dove mi sono messa a piangere come un vitellino e non per gli ormoni, dato che ero al sesto mese di gravidanza. Quando gli sceneggiatori hanno dovuto utilizzare l’escamotage di una lettera a Katniss ho pianto. Ho pianto perché in quel momento tutti in sala ci siamo resi conto che non ci sarebbero stati più nuovi film con Philip Seymour Hoffman. Il senso dell’assenza, della mancanza, è qualcosa con cui noi fan di Twin Peaks facciamo i conti tutti i giorni. Eppure ci coglie sempre impreparati.

Torniamo a noi.

Sono andata a vedere It in un pomeriggio di sole e sono uscita che era già buio. In una sala gremita di bambini. Mi sono seduta in quello che chiamo «il posto del cinefilo» (in realtà gli do proprio il nome di un mio compaesano, ma voi non potete conoscerlo). Seconda fila posti centrali. Si abbassa il bacino di poco, si appoggia la nuca sul bordo dello schienale e ci si lascia avvolgere da un film. Be’, questo accade nelle buone sale, ma mi faccio bastare quella del mio paese. Ammetto che il vociare dei ragazzini è una cosa fastidiosa, ma alla fine mi sono dimostrata più tollerante di quello che pensassi.

Avevo delle grosse aspettative per questo film. Sono cresciuta guardando la miniserie televisiva con Tim Curry e John Ritter. La prima parte era piaciuta a tutti, la seconda meno. Quando ho letto che Stephen King aveva apprezzato la trasposizione, la hype è schizzata alle stelle – anche se King non ha amato “Shining” di Stanley Kubrick, ma se c’è una cosa che una cinemaniaca sa è che «nessuno è perfetto». Immaginavo quindi una trasposizione molto fedele ma così non è stato. Benché questo film presenti comunque dei punti di forza.

Specifichiamo innanzi tutto che non è un horror, anche se ci sono dei topoi horror abbastanza ricorrenti: la final girl, il ragazzo di colore destinato a una brutta fine, quelli che si dividono così che il mostro possa prenderli uno per uno, una casa stregata à la Tim Burton. La vecchia signora che si vede sullo sfondo nella biblioteca mentre Ben è intento a leggere la storia di Derry è uno dei dettagli migliori della pellicola. Non si sa di cosa si tratti. In Rete ho trovato diverse spiegazioni: la più semplice è che sia una delle trasformazioni di It che cerca di attirare Ben nella propria trappola, la più complessa è che sia un inside joke con altre opere di King. Chi ha letto tutti i libri, mi ha parlato di un altro mostro con le fattezze di una vecchia presente a Derry, ma in un altro romanzo. I dettagli sono quando meno interessanti.

So che la pars destruens avrei dovuta metterla all’inizio, ma alla fine va bene così. Diciamo che quello che non mi è piaciuto si riassume nel fatto che tutto mi è sembrato una corsa a inseguire il successo di Stranger Things – che comunque mi piace moltissimo. L’ambientazione anni ’80 (quando è uscito il libro, non quando è ambientato, cioè negli anni ’50) – che ha permesso anche una colonna sonora abbastanza fica con “Six Different Ways” dei Cure – la presenza di uno dei protagonisti della serie, il covo di It che sembra il SottoSopra, il modo in cui Betty Ripsom scompare dalla vista di Bill, Eddie e Ritchie sembra un po’ troppo simile alla morte di Barb in ST. Insomma: io ero convinta che Stranger Things si ispirasse a It, non il contrario.

It rappresenta molto per le persone della mia generazione. Ognuno di noi ha paura di qualcosa quando è piccolo. Ha paura di non essere amato a sufficienza. Ha paura dei bulli. Ha paura di essere amato nel modo sbagliato. Ha paura di cose irrazionali, come il buio e i pagliacci. Credo che sia la ragione di tante aspettative per me e per i miei coetanei. Lì in platea mi sono chiesto quale fosse il retroterra dei ragazzini che stavano tutti intorno a me. Non l’ho fatto con pregiudizio – non mi piace la lotta generazionale – ma mi sono chiesta come ci fossero finiti lì, se fosse solo per via del battage pubblicitario, se invece i loro genitori non li avessero preparati adeguatamente.

Devo anche ammettere che il film mi abbia commossa in un paio di punti, in particolare il discorso che It fa a Bill, camuffato come il piccolo Georgie senza un braccio.

Per il resto è stato un film gradevole – molto bravo Bill Skarsgard – e credo che anche per il sequel tornerò al cinema. Magari con Rocky che intanto avrà almeno 3 anni.

Pill #39: Inno alla Gioia ovvero come imparai ad ascoltare la Gran Nona e a bucare l’intervista che avevo concordato

Giorni fa ero in una scuola perché avevo concordato un’intervista con una ministra. Che è stata accolta da un’orchestra che ha eseguito diversi pezzi, tra cui l’Inno alla Gioia – che è l’inno dell’Unione Europea, per chi non lo sapesse. L’intervista non l’ho fatta. Alcune mie colleghe, più alte, più carine e più blasonate di me, ce l’hanno fatta. Io ho provato a parlare con la ministra, che mi ha guardata, si è voltata e ha proseguito. Avevo le lacrime agli occhi. Mi sono sentita ancora una volta la secchiona della scuola che passa inosservata. La storia della mia vita. Il mio direttore alla fine è stato gentile. Non dico che ha fatto quasi finta di niente – forse mi ha sentita abbastanza destabilizzata – ho scritto due pezzi e lui è rimasto contento così. Ma lui è davvero una persona gentile.

Tra le tante cose che mi hanno attraversato la mente quel pomeriggio, però, ce n’è una che secondo me vale la pena condividere. È una riflessione su Stanley Kubrick.

Ecco: lui ha realizzato Arancia Meccanica, un grandioso film di culto che descrive l’orrore – e potenzialmente il pericolo – di sottrarre a una persona il suo libero arbitrio. Anche se la persona in questione è malvagia. Alex, il protagonista, viene sottoposto a una cura che ha a che fare con l’associazione di immagini a sintomi di malessere, come la nausea, e diventa indifeso come un gattino di fronte a un istinto che resta violento. Con le immagini, una musica particolare viene associata: l’Inno alla Gioia che Alex tanto amava, rendendo la cura, o la punizione che dir si voglia, di gran lunga più odiosa.

Ma sentendo quell’Inno alla Gioia, lì, tra persone molto diverse che sorridevano nonostante tutto, hocapito che Kubrick ha realizzato un meta-film. E che, paradossalmente, quando ascoltiamo la Gran Nona, siamo noi a pensare ad Alex e ai suoi Drughi.

Lo trovo affascinante.

Ma è questo che fa il cinema. Prende tutto quello che pensiamo di sapere e lo rovescia. Crea immagini nuove, fa emergere paure latenti.

È per questo che una buona opera di fiction – cinema o serie tv che sia – è meglio che socializzare. Le persone ti deludono, o capita anche di sentirti delusa di te stessa, com’è successo a me un sacco di volte. Ma Stanley Kubrick o gli altri grandiosi artisti che amiamo non ci deluderanno mai.

Capitolo #47: The Canyons

Sono le donne come Lindsay Lohan che mi ricordano quanto l’eterosessualità femminile possa essere labile. Non è solo bellissima, ma ha un fascino innegabile dietro lo schermo. Anche nella fragilità del personaggio che interpreta in “The Canyons”, pellicola di qualche anno fa scritta da uno dei miei autori preferiti, Bret Easton Ellis. Non credo di essere la sola donna cinefila a provare quest’attrazione per Lindsay: è il modo in cui si muove nello spazio della recitazione. Non la pone tra le migliori attrici, ma fa sì che sia indimenticabile.

Sono rimasta un po’ delusa da questa prima visione del film. Forse perché l’ho aspettato tanto. Entrata nella rota dello streaming legale, ho ripreso, dopo i libri, a vedere i film per adulti. Che, come mi fa notare il mio compagno, è una frase che si presta a fraintendimenti. Be’, dopo orde di Minicuccioli, Peppa Pig e PJ Mask, anche una commedia con Ben Stiller diventa un film per adulti da godersi in santa pace. Non lo so ancora quando riuscirò a tornare in un cinema.

“The Canyons” è un film d’attesa. È meglio non guardarlo di sera, se si è molto stanchi, perché ci sono delle vaste stasi. E si vede che l’ha scritto Ellis. In più momenti ci si aspetta che accada un colpo di scena, come nel finale di “Imperial Bedrooms” o “Glamorama”, ma il colpo di scena non c’è, o meglio è interiorizzato dallo spettatore, dalle sue aspettative sui personaggi, dai momenti in cui ci piacerebbe salvare quel mondo malato che Ellis sempre descrive.

Non è malato il mondo di Ellis, in realtà. È il mondo in sé a essere malato. Ellis porta sulla carta solo le idiosincrasie, le estetizza e le iperbolizza, mostrandoci le persone più belle, più ricche, più dedite alle sostanze psicotrope. Quelli che gli altri guardano con ammirazione, che emulano nei loro atteggiamenti distruttivi e meschini. È la cattiveria il tratto essenziale dell’essere umano. Dovremmo cambiare i sensi traslati del termine, perché l’essere umano è disumano.

A volte mi sento come in una canzone di Franco Battiato. Mi sembra di essere quella che cerca di restare calma e indifferente mentre tutti intorno fanno rumore.

Quanto mi piacerebbe che qualcuno mi chiedesse come mi sento.

Pill #38: Margaret Lanterman

Scusate se mi trovate ultimamente monotematica, ma è più forte di me: Twin Peaks 3 è la sola cosa che riesce a sorprendermi e appassionarmi nell’ultimo periodo. Sarà che è una serie – o un film di 18 ore, come dice David Lynch – che parla di sogni e i sogni sono decisamente meglio della realtà. Negli ultimi mesi sto soffrendo spesso di attacchi di panico. Ho ricominciato a fumare, ma sto anche smettendo, perché dopo essere stata due anni senza sigarette mi sentivo una scema a riprendere. Sono anche successe parecchie altre cose, ma non me la sento di parlarne. Mi sento sola. I miei soli amici sono oltre lo schermo. Forse è per questo che ieri sono scoppiata in un pianto dirotto.

Per la verità sapevo che era accaduto, ma ieri con la parte 15, Lynch si è spinto davvero oltre. Quanto la realtà riesce a investirci anche quando pensiamo si tratti di fiction? (SEGUE SPOILER). Nella parte 15 accade che Margaret Lanterman, la Signora Ceppo, muore. Muore perché in fondo muore – è morta lo scorso settembre, quasi un anno fa – l’attrice che l’ha fatta diventare reale, Catherine E. Coulson. In questa parte 15, la Signora Ceppo telefona a Tommy “Hawk” e gli dice più volte: «I’m dying» («Sto morendo»). Molti nella fandom hanno fatto notare il coraggio dell’attrice nella sua ultima scena di sempre: ha portato sullo schermo il proprio dolore, le proprie paure. Hai voglia a essere una persona spirituale, pensare che la morte è solo un passaggio. Fa paura, anche se cerchiamo di razionalizzare. Nessuno vuole davvero morire, a parte forse i suicidi. Forse neppure quelli sul serio.

In un telefilm che continua a raccontare di morte in diverse salse, questo è uno dei punti artisticamente più alti di sempre. Lynch ci ha riportati ancora una volta alle emozioni che solo l’immedesimazione può causare. È facile immedesimarsi in Shelley, o in Bobby, in Ed, Norma, in Benjamin (e conosco un sacco di gente che può immedesimarsi in Jerry) o addirittura nel dr Amp – davvero, davvero realistico, ma non dirò di più perché mi sono già beccata una querela senza aver scritto nulla di che. Ma la Signora Ceppo non è di solito una in cui lo spettatore si immedesima. Ieri sì. Ieri eravamo tutti con lei. Tenevamo allo stesso tempo la mano a Catherine e a Margaret, convinti, come Hawk, che l’avremmo trovata un giorno “dall’altra parte”.

Mi piacerebbe che qualcuno mi tenesse la mano. Ho davvero pianto tanto.

Pill #37: Frank Silva non morirà mai

Sì, lo so, non ditemelo. Ultimamente sono monotematica. Ma voi come reagireste avendo atteso per 27 anni un momento lungo 18 puntate?

La più grande riflessione che scaturisce dal nuovo Twin Peaks ha a che vedere le affinità e le differenze con la vecchia serie. Bellissima, eh, la vecchia serie, ma questa è qualcosa di completamente diverso. Sarebbe come paragonare una trattoria alla buona, con cibo genuino e saporito, a ostriche e champagne.

Resta un fatto però: Twin Peaks 3 è un cimitero. Letteralmente. Molte delle puntate sono dedicate a uno degli attori della serie originale scomparsi. Per il momento, le dediche sono andate a coloro che sono stati utilizzati nei loro ultimi giorni oppure in computer graphics. Io credo che una delle scene che ricorderemo di più è la prima in cui si vede Margareth E. Coulson, attrice ma in quel momento anche donna fragile alle prese con la sua malattia. È stato probabilmente il momento più commovente di sempre.

Uno dei più grandi attori di TP scomparso negli anni precedenti è Jack Nance. Ricordo che a metà degli anni ’90, Gente raccontò la storia di sua moglie che si era suicidata, additando TP come «serie maledetta». Ricordo che mi dispiacque molto, Nance era uno dei miei preferiti. Per questo attendo con ansia la puntata a lui dedicata, dopo aver visto i Missing Pieces e aver pensato mille volte, guardando Strade Perdute: «Ecco, questa è la sua ultima, grandiosa interpretazione». Probabilmente l’altro del quale attendo la dedica è David (Bowie).

Credo che David Lynch ci abbia fatto un grande dono e l’abbia fatto a queste persone, spesso i collaboratori di una vita, coloro che hanno contribuito al suo successo. E cioè riuscire a far rivivere un po’ di questi artisti una volta ancora sui nostri schermi.

L’attore per il quale il fenomeno è più evidente è Frank Silva, presente in numerose scene di repertorio e altre elaborate con una computer graphics essenziale. La puntata numero 8 è stata l’apoteosi di Frank Silva. Molti di noi sanno che è morto di Aids nel 1995, ma nient’altro. Non sappiamo se è stato comparsa in qualche film. Non sappiamo come aveva contratto la malattia. Non sappiamo che studi avesse fatto, né se ci sono altre sue scenografie in pellicole che abbiamo visto.

Sappiamo solo una cosa: Frank Silva non morirà mai.

I Peakers di tutto il mondo non hanno più archiviato la paura che ci ha fatto venire Bob nelle prime due stagioni. E, anche se ora è sostituito da un villain più sexy e molto meno tamarro (Kyle MacLachlan), sono certa che ogni scena in più sullo schermo in cui c’è Silva per tutti noi è un grande colpo al cuore. In tutti i sensi.